Formazione e residenziali
Imparare un mestiere, trovare il proprio modo.
La formazione riguarda il mestiere e la persona che lo eserciterà. La teoria e l’esperienza di chi insegna offrono una base; il lavoro in aula serve a farne qualcosa che trovi posto nella pratica.
Preparare una lezione
Ogni lezione segue un canovaccio preparato con cura. È un’ossatura: i bisogni e le domande del gruppo ne spostano il baricentro, mentre la direzione del lavoro rimane visibile. Chi conduce decide quando seguire ciò che nasce in aula e quando tornare al tema.
Lo stile personale
Chi insegna offre riferimenti e confini. Anche l’imitazione fa parte dell’apprendimento; quello che viene proposto va poi provato nel lavoro e adattato alla sensibilità di ciascuno. Poco a poco prende forma uno stile personale. Le tecniche acquistano senso dentro quel modo di stare nella relazione.
Il gruppo
Una pluralità di sguardi
Un gruppo di lavoro
Il gruppo di formazione ha uno scopo preciso: imparare una professione. Le domande e le esperienze degli altri portano in aula mondi diversi; il clima che nasce fra le persone entra nel modo in cui ciascuno impara.
Sperimentare su di sé
Nella formazione trovano posto anche lavori personali. L’esperienza viene poi ripresa sul piano didattico e clinico, per osservare il processo e i suoi effetti. L’allievo sperimenta su di sé e, quando lavora come terapeuta, presta attenzione a quello che sente e a come si muove nella relazione.
Quando l’aula continua fuori dall’aula
Nei giorni di un residenziale il gruppo condivide i pasti, gli spostamenti e molti momenti ordinari. La convivenza dà al lavoro un altro tempo e rende l’esperienza più intensa di quanto possa esserlo nelle sole ore trascorse in aula.
Ciascuno con il proprio passo
Il lavoro non chiede a tutti di arrivare nello stesso punto. Ognuno si muove secondo il proprio momento; la presenza degli altri entra nell’esperienza senza stabilirne il traguardo.
Il residenziale principale
Il viaggio dell’eroe
È il residenziale che conduco da anni alla Gestalt Summer School. Nasce dagli studi sul mito di Joseph Campbell, dalla struttura narrativa descritta da Christopher Vogler e dall’adattamento terapeutico di Paul Rebillot. Nel tempo ne ho costruito una versione personale, facendola crescere attraverso lo studio e ogni nuova conduzione.
Durante il viaggio non faccio psicoterapia. Accompagno i partecipanti e custodisco la cornice, quasi come il narratore di una storia epica. È un lavoro intenso, ma non competitivo: si collabora perché ciascuno attraversi il proprio viaggio secondo ciò che incontra.
Il viaggio mette ogni partecipante davanti a ciò che desidera e a quello che lo trattiene. L’eroe e il demone possono diventare parti di sé con cui dialogare. Il ritorno porta l’esperienza nella vita ordinaria, dove alcuni passaggi continuano a farsi sentire anche dopo i giorni trascorsi insieme.
Dove insegno
Docente presso l’Istituto Gestalt Firenze dal 2021, il Centro Gestalt Viva Claudio Naranjo di Livorno dal 2022 e l’Istituto Gestalt Puglia dal 2026. Collaboro anche con altre scuole di specializzazione in psicoterapia riconosciute dal MUR.
Dal 2017 al 2020, tutor e co-docente presso l’Istituto Gestalt Firenze.
Percorsi e workshop
Una raccolta di esperienze di formazione già condotte, attraverso cui conoscere i temi affrontati e il modo di lavorare con i gruppi.
Clinica e supervisione
Teoria e pratica della supervisione in psicoterapia
La supervisione riguarda il lavoro clinico e il terapeuta che lo conduce. Può soffermarsi su un passaggio della seduta che sembra bloccato o sui nodi personali che il terapeuta incontra nella relazione con il paziente. Il confronto permette di osservare come questi aspetti entrano nelle scelte cliniche e di esplorare altre possibilità di intervento. La formazione attraversa anche le questioni deontologiche e il rapporto fra teoria e pratica.
L’uso della storia di vita
La storia di vita si incontra mentre viene raccontata. Alcuni episodi acquistano rilievo e altri restano sullo sfondo; anche una pausa o un cambiamento del ritmo dicono qualcosa del presente in cui la storia viene narrata. Chi ascolta partecipa e viene toccato, conservando la differenza tra la propria esperienza e quella della persona. Raccontare la propria storia mette in relazione il passato con il momento da cui lo si guarda. Gli avvenimenti si intrecciano alle immagini attraverso cui una persona riconosce la propria vita, e nel racconto possono acquistare un senso diverso.
Enneagramma relazionale
L’Enneagramma relazionale esplora il carattere attraverso i modi in cui una persona si muove nelle relazioni. I vettori dell’andare verso, contro e lontano dagli altri vengono messi in rapporto con le funzioni del carattere e con le forme che assume l’amore.
Il lavoro si sofferma anche sulla reificazione dell’amore: il modo in cui l’amore viene identificato con qualcosa di preciso, come l’ubbidienza o la presenza fisica, e sulle conseguenze di questa identificazione nelle relazioni.
Lavorare con le coppie
Nel tempo una coppia costruisce un proprio ritmo. A volte distanze e alleanze si irrigidiscono dentro conflitti che finiscono per sembrare inevitabili. Il lavoro segue ciò che accade mentre i partner parlano, osservando chi cerca l’altro, chi si ritrae e come ogni risposta modifica la successiva.
La prospettiva fenomenologico-esistenziale mantiene presenti il desiderio e la responsabilità delle scelte; quella sistemica osserva le sequenze e le storie familiari che partecipano alla relazione. Nel lavoro entrano anche il corpo e lo spazio, mentre la scelta sul proprio futuro resta alla coppia.
Tra la forma e la struttura
La Gestalt porta l’attenzione sull’esperienza presente e su ciò che emerge al confine di contatto, anche attraverso il corpo. Il pensiero sistemico segue i pattern che si ripetono nelle relazioni e le storie che organizzano un sistema. I due sguardi, accostati, rendono visibili movimenti che da una sola posizione rimarrebbero sullo sfondo.
Il percorso passa dalla teoria alle situazioni cliniche e ritorna alla teoria. Un sintomo viene incontrato come esperienza della persona e, nello stesso tempo, come risposta che svolge una funzione nelle sue relazioni. Il dialogo tra i due approcci porta a formulare domande diverse sulla stessa situazione.
Esperienza e linguaggi
Esperienze semplesse
Un gesto minimo o il respiro aprono a volte più strade di una spiegazione generale. Lo stesso accade rallentando un movimento o raccontando un episodio con precisione. Sono esperienze semplici da praticare, costruite per seguire il passaggio tra sentire, pensare e fare. La semplicità offre un punto da cui entrare; la complessità rimane nelle relazioni che danno forma a ciò che accade.
Sogni, metafore e paradossi
Dal sogno si procede in avanti. Una sua immagine può essere abitata o diventare una voce; una scena prosegue oltre il punto in cui il sognatore si è svegliato. Il significato nasce da ciò che la persona riconosce mentre trasforma il materiale che ha portato. Metafore e paradossi mantengono aperto ciò che una spiegazione renderebbe troppo presto lineare. Nel gruppo la scena prende forma come dialogo o teatro; alla fine il sogno torna alla vita e alla domanda su che cosa farne.
La grammatica del contatto
Si può dire «va tutto bene» con una voce e una postura che raccontano altro. Anche la distanza tra due persone partecipa alla comunicazione. Il tempo di una risposta o il modo di restare in silenzio possono dire quanto le parole. Gli esercizi permettono di sentire queste differenze prima di nominarle.
Il lavoro segue questi scarti tra le parole e la relazione. Le incongruenze e i doppi legami diventano leggibili nel tono, nella distanza o nel ritmo dell’incontro. L’attenzione si sposta su come parlare di ciò che sta accadendo nella relazione, includendo anche il proprio modo di parteciparvi.
Mondi che si guardano
La Weltanschauung è la visione del mondo attraverso cui ciascuno attribuisce senso all’esperienza e riconosce ciò che sente possibile. Si esprime nel pensiero e nel corpo, e orienta il modo di incontrare gli altri.
Nel lavoro entrano le voci collettive che attraversano una persona. Prendono la forma di un «si deve», di un’attesa familiare o di un’immagine di successo. Riconoscerle aiuta a distinguere ciò che viene ricevuto da ciò che, nel presente, si desidera scegliere e portare avanti.
Gruppi e temi
Come si sceglie
Sapere che cosa si vuole e prendere una decisione non hanno sempre gli stessi tempi. Il volere si presenta a volte come un orientamento ancora fragile, avvertito nel corpo prima di trovare parole. Il workshop segue il rapporto tra sentire, pensare e fare e osserva che cosa accade quando uno di questi passaggi si interrompe.
Una fantasia guidata o il movimento possono dare forma alla scelta e anche a ciò che la ostacola. Il gruppo partecipa al lavoro. L’impedimento viene ascoltato per la funzione che svolge. Da qui emerge talvolta un passo possibile; altre volte si riconosce che quella direzione non ha abbastanza valore per essere attraversata.
Il punto cieco del controllo
Il controllo tenta di ridurre l’incertezza e di rendere il mondo più prevedibile. Nelle relazioni ogni intervento cambia la situazione e viene a sua volta modificato dalla risposta che incontra. Anche il terapeuta che sa già dove dovrebbe arrivare il paziente entra nel problema che vorrebbe risolvere.
Rinunciare al controllo lascia intatta la responsabilità di scegliere. Si interviene e si osserva che cosa accade. Il passo successivo nasce anche da quella risposta. L’incertezza resta il luogo in cui una possibilità può ancora apparire.
Dal fuoco alla radice
La rabbia può esplodere verso l’esterno o rivolgersi contro di sé. Quando rimane compressa, finisce spesso per irrigidire il corpo e il pensiero. Modifica lo spazio e le relazioni, interrompe ciò che sta accadendo e difende un confine. Ritrovarne la forza restituisce vitalità.
Il lavoro attraversa la forza della rabbia per incontrare ciò che custodisce. Tenere insieme forza e vulnerabilità è la sfida: potersi affermare e lasciare aperta la possibilità di essere raggiunti dall’altro.
Gruppi e vettori
In ogni gruppo compaiono spinte verso l’appartenenza, la differenza e la distanza. Si distribuiscono tra i partecipanti, cambiano con la situazione e costruiscono una particolare firma del gruppo. L’armonia oscilla tra appartenenza e fusione; il conflitto dà precisione oppure frammenta; la distanza offre respiro o diventa disimpegno.
La mappa prende forma nello spazio mentre il gruppo lavora. Ciò che viene escluso spesso ritorna in modo indiretto; riconoscerlo rende praticabili altri movimenti. La conduzione segue le forze presenti e modula la propria posizione.
Tra me e noi
Tra «me» e «noi» il confine si sposta. Nel gruppo ciascuno sente quanto avvicinarsi e che cosa accade quando l’esperienza dell’altro lo raggiunge. Il corpo segnala dove ci si espone e dove nasce il bisogno di ritirarsi.
Il lavoro distingue ciò che appartiene alla propria storia da quello che circola nel gruppo. Le due esperienze restano in relazione: si risponde a ciò che emerge conservando la possibilità di dire io mentre si è parte di un noi.
Il dono degli antenati
Gli antenati sono figure simboliche provenienti da epoche che hanno dato forma a idee di bellezza e libertà, ma anche a modi differenti di ribellarsi e creare. Una visualizzazione conduce ciascuno verso un dono o un messaggio; la drammatizzazione permette poi di portarlo nel gruppo e vedere quale effetto produce. L’eredità viene ricevuta nel presente: ciascuno può riconoscersi in ciò che arriva da lontano e trasformarlo, oppure scegliere di lasciarlo. Il passaggio riguarda il modo in cui si decide di continuarlo nella propria vita.